Sergio Dalla Val

La scienza, l'arte, la psicanalisi

(articolo tratto da "La città del secondo rinascimento", n. 0, dicembre 2000)

Da Copenhagen a Praga, da Berlino a Parigi, da Londra a Roma, mai come agli albori del Novecento la scienza ha questionato ogni fondamento e l’arte ha debordato ogni canone, comportando un’innovazione senza precedenti. Scienza del caso singolo e arte dell’ascolto, la psicanalisi di Vienna ha cominciato allora col dissipare quella padronanza del soggetto e quel primato del discorso sulla parola su cui poggiavano discipline e specialità, corporazioni e cappelle. Con l’invenzione dell’inconscio come logica particolare, la differenza tra arte e scienza non può più essere basata su una presunta diversità di oggetto, di mezzi e di finalità. La scienza, la cui condizione è l’assoluto, incomincia con la divisione (lat. scio, “divido”) di ciascun elemento da se stesso che, mai unitario, né partecipe dell’universale, è preso nella differenza; la scienza è questa presa, presa come taglio (e non come comprensione) da cui si effettua il sapere, imprevedibile. L’arte viene da questa scienza, s’intrattiene in una relazione con l’assoluto fra estetica, poetica e periegetica; è articolazione e svolgimento delle cose, metodo come cammino dell’identificazione. Nel corso del secolo moralismo e puritanesimo hanno tentato di riportarle sotto l’egida dell’ideologia della morte che, applicando le filosofie romantiche e illuministiche dell’800, propugna la morte dell’arte e il trionfo della tecnologia contro la parola. Avanguardie e revivalismi, sperimentalismi e spiritualismi dovevano addomesticare l’inconscio tentando la sua statalizzazione e la sua collettivizzazione, finalizzando la psicanalisi, la scienza e l’arte alla logica dell’aiuto e del rimedio, trasformandole nel minimo male necessario, da tenere sotto controllo, come uno psicofarmaco. Ma se l’arte, la scienza e la psicanalisi sono psicofarmaci, sono destinate a essere superate e dunque a finire.
Oggi, nel terzo millennio, dissipate le ideologie, terminata la terza guerra mondiale, instauratosi Internet e la globalizzazione, la scienza può dipendere dai criteri di certificazione, verificazione, falsificazione, o appoggiarsi, orfana dell’ideologia, all’utopia, come documenta in questo numero Lucien Sfez? L’arte può ridursi a follia consentita, a quadri più o meno patologici la cui stima dipende dalle aste? La psicanalisi deve partecipare alla semiotizzazione generale, secondo cui tutto, essa compresa, è codificabile, interpretabile, somministrabile a favore della luogocomunicazione? Mai come oggi, nell’era della comunicazione la psicanalisi non è psicologia né psicoterapia, bensì scienza e arte della parola e non dei discorsi: la sua formazione viene dal corpo della parola, non dalla corporazione o dalla professione, la sua terapia va verso la scena della parola, non guarisce dal male, anche sociale.
Questa psicanalisi del ventunesimo secolo esiste oggi, nella cifrematica, come esperienza della parola originaria; nulla a che vedere con psichiatria, psicofarmacologia, psicochirurgia sempre più di moda, che, come dimostrano Antonucci e Szasz, promettono la salvezza nell’avvenire e propinano la distruzione dello psichico nell’attuale.
Con la cifrematica ciascuna cosa, anche presunta malata, entra nella procedura impenale della parola in cui dicendosi si fa e facendosi si scrive, procedendo dall’apertura e giungendo all’infinito. Ecco una cura pragmatica e una salute come regia delle cose: senza più il sistema delle coperture e l’ideologia della morte, l’arte e l’impresa, la finanza e la scienza giungono alla riuscita in dispositivi differenti e vari secondo l’occorrenza, in direzione della qualità.